Mi verrebbe da dire che negli ultimi 9 mesi sono
stata una "prof". Siamo così abituati a nominare e etichettare tutto,
che un bel giorno ci viene voglia di etichettarci da soli. Forse ci sembra di
contare di più, di avere una storia più interessante da raccontare. Ma allora -
se è così - che cosa diventerò, io, da luglio in poi? E tutto quello che sono
stata negli ultimi 9 mesi, forse non lo sarò più? O lo sarò di meno? Non so,
forse preferisco dire altro. "Prof", ok, va bene. Un buon numero di
minorenni mi chiamava così, ma non avevano altra scelta dopotutto. Però in
fondo sono stata, più che altro, quella che ogni mattina alle 7.30 attraversava
la campagna cantando con la radio, salutando i gatti sul ciglio della strada,
felice 9 volte su 10, anche se nel contratto non c'è scritto. Quella che ha
sicuramente sbagliato una valutazione, o fatto un'odiosa preferenza senza
volere, ma che altre volte ha attirato l'attenzione di tutti sbattendo un po'
la mano sul registro, ha detto: "Silenzio!", si è seduta sulla
cattedra e magari ha chiesto scusa. O magari non l'ha chiesto, ma è stata
scusata lo stesso, perché si capisce quando vuoi bene.
Togliere le etichette può essere complicato. Pensa
a quella del costume, che ti fa prudere in fondo alla schiena e se la tagli
male, per di più, rischi di far fuori della stoffa fondamentale, se non altro
per la decenza. Pensa anche a quella della marmellata, che se un domani decidi
di riciclare il barattolo per un sugo, o per i capperi, ti farà litigare con la
colla tutto il giorno, e sarà una lunga battaglia fatta di unghie troppo corte,
acqua bollente e alcol etilico.
Mi sa che questa crisi, a noi giovani, ci sta dicendo
di non affezionarci tanto alle etichette. All'inizio mi faceva un po'
incazzare, ma forse un giorno - lo sospetto - mi toccherà dire che è andata
bene così. Chi se ne frega del titolo, quando il libro è bellissimo.
Nessun commento:
Posta un commento