Chi si chiede cosa si fa qui si rassereni: esattamente non lo sa nessuno.
Io ci metto qualche parola e qualche foto.
Con un'unica regola: solo finché mi fa felice.

giovedì 2 luglio 2015

Tane strane: vi invito per un caffé

Oggi ho deciso di fare una cosa diversa dal solito. In città più fantasiose della mia - dove l'arte non è considerata un capriccio per gli ingenui - può succedere di visitare la casa di un artista: la porta aperta, una musica invitante al posto dello zerbino "Benvenuti", qualche immagine bizzarra alle pareti o un intreccio di sculture lungo il corridoio, che devi stare attento a dove metti i piedi per non pestare qualcosa che un giorno potrebbe finire sui libri di scuola.

Insomma: complici il tempo libero e una macchinetta fotografica imperfetta ma dignitosa, ho deciso di aprire le porte di casa mia. Io non ci abito più, a dire il vero, ma è pur sempre casa Orsi. Piena di ricordi, piena di pezzi di me, piena in generale, ecco. Piena di tutto, lo vedrete.

Varcata la soglia eccoci qui, in una giornata di sole e di ordinaria confusione. Niente di che, come potete vedere.


Anche se, a ben guardare, si possono cogliere tenere tracce di vita. Tipo un fiore arancione in un bicchiere blu, o un augurio scritto di buona giornata.


C'è sempre qualcuno che accoglie gli ospiti, e non prendetevela per il broncio del bimbo: dev'essere ancora per quella volta che gli ho staccato la testa, e per non farmi scoprire dal capo l'ho nascosta sotto un cuscino. Ad ogni modo il capo (mia mamma) si sarebbe arrabbiato di più se avessi rotto la fanciulla più in basso, presumo. Perché quella l'ha fatta lei.



Ma accomodatevi un momento in cucina. Mentre prendo da bere guardatevi pure attorno e fate conoscenza con qualche foto, con l'orso bianco e con i sassi, con piatti che sembrano pizzi e altre fanciulle custodi di questa strana tana.






Se poi per una boccata d'aria ci spostiamo in balcone, ecco che ci troviamo in un buffo genere di giardino. Di fiori ce ne sono, e anche di foglie e di bacche. Ma a volte sono secchi, siccome vengono da lontano: c'è chi ha la mania di raccoglierli ovunque si trovi. Perché - dice - ogni venatura, ogni ruga e ogni bitorzolo che c'è in natura è bellissimo, se lo sappiamo guardare. A mia mamma, Anna Rita, tutto dà l'ispirazione per le ceramiche e le creazioni di filo di ferro, che stanno prendendo il sopravvento un po' ovunque.















Andiamo nella zona notte, dai. Prima passiamo dal corridoio, salutando il gatto alato firmato Elena. Poi entriamo nella mia camera da letto, che nell'ultimo anno è diventata una foresta di bozzetti e di sculture fatte di terra, di sassi, di ferro e di carta. Tra vecchi peluche, diari segreti della mia adolescenza, foto ricordo e portamatite è tutto in bilico e bisogna stare un po' attenti a muoversi, come ci fa notare un bel biglietto sulla scrivania. Per fortuna The Little Grey Rabbit controlla i visitatori.










Perché sul tavolo ci sono loro:








Per non parlare di cosa c'è sotto il tavolo! Basta chinarsi un momento, così:




Ma anche sugli scaffali, sul muro, e vicino allo specchio. E' un'invasione, ve lo avevo detto subito.








E poi ci sono io, che fotografo tutto. Non è che uno debba andare chissà dove, per vedere qualcosa di interessante.


La camera dei miei, forse, è il vero tempio dell'artista. Degli artisti, per la precisione, perché anche mio babbo se la cava piuttosto bene. Un po' Orso, ma poetico dentro.



Anche qui c'è un custode, e sembra pure un tipo solare.


Persino Gesù si è guadagnato un bel vestito di foglie e di fiori secchi, e se ne sta accanto all'omino di filo. Spero non se ne abbia a male, ma credo proprio di no.






In mezzo a tutta quest'arte, niente sembra impossibile. Le bambole si innamorano degli orsetti, le foglie sono come ricamate, e gli angeli portano le zebre al guinzaglio.




Entrando in camera di Elena, invece, bisogna passare sotto uno sguardo così:


Esatto, è molto brava con le matite. E' brava anche a lasciare tutto in disordine, ma poi va a finire che ci mette una chitarra in un angolo, uno specchio per terra, un cappello appeso a una molletta gigante e un uccellino sul muro, ed ecco che, per magia, ti sembra quasi fatto apposta. Per forza, dev'esserci un senso segreto nel caos. Altrimenti non so, dite che sarebbe così bello?






Bene miei cari, la visita è finita. Spero vi siate divertiti e abbiate voglia di tornare. Siamo piuttosto pieni, ma forse è proprio quando si è pieni che c'è posto per tutti. Portate chi volete, a presto! :)


PS: Alcune creazioni di Anna Rita sono visibili qui, mentre questo è il suo blog, dove trovate anche i suoi contatti. Questa, invece, è la sua pagina facebook.

venerdì 26 giugno 2015

Io voglio


Spero di non sembrare sgarbata ai tipi più fini…
Lo so che “l’erba voglio” non cresce in tutti i giardini,
ma adesso ho quasi trent’anni e in barba all’educazione
archivio il condizionale, che spesso è solo questione
di starsene buoni e zitti, attenti a non far rumore.
Ma quale “vorrei” e “vorrei”? Io voglio, con tutto il cuore!

Io voglio, quasi da sempre, imparare a suonare l’arpa,
saper lavorare ai ferri da fare almeno una sciarpa
che sia tutta colorata, così la regalo a Natale,
perché voglio soddisfare la mia vena artigianale.
Io voglio una casa allegra, in ordine poco importa,
poesie scritte sopra il muro e amici sempre alla porta,
io voglio guardare il cielo per trenta giornate al mese,
scattare le foto al grano, guardare i film in inglese,
poi voglio perdere tempo, ma solo se ci guadagno,
fissare per mezzanotte diversi spuntini e un bagno,
andare a scuola di canto, piantare l’orto in balcone,
a luglio mangiare pesche da farne un’indigestione.

Un giorno voglio imparare a fare la verticale,
a fare la spesa giusta perché niente vada a male,
a correre almeno un’ora riuscendo anche a respirare,
poi voglio scrivere un libro per dire quel che mi pare.

Io voglio fare la pizza e voglio che venga buona,
andare alle sagre estive, sentire un gruppo che suona,
poi leggere mille libri ma senza nessuna fretta,
partire da casa presto per muovermi in bicicletta,
comprare solo i vestiti con cui mi sento me stessa,
giocare un po’ alla gitana ma anche alla principessa,
non dire di no alle cose che sfuggono all’ordinario,
provare a assaggiare tutto, fregarmene dell’orario,
io voglio restare in spiaggia finché non è tutto spento,
io voglio, per parrucchieri, salsedine, sole e vento,
non voglio schiacciare i ricci che tornano dall’inverno,
non voglio dire “vorrei”, e poi attendere in eterno.
Che poi devo solo alzarmi, e smettere di annunciarlo:
se voglio fare qualcosa, non devo che andare e farlo.

lunedì 22 giugno 2015

Chi se ne frega del titolo

Mi verrebbe da dire che negli ultimi 9 mesi sono stata una "prof". Siamo così abituati a nominare e etichettare tutto, che un bel giorno ci viene voglia di etichettarci da soli. Forse ci sembra di contare di più, di avere una storia più interessante da raccontare. Ma allora - se è così - che cosa diventerò, io, da luglio in poi? E tutto quello che sono stata negli ultimi 9 mesi, forse non lo sarò più? O lo sarò di meno? Non so, forse preferisco dire altro. "Prof", ok, va bene. Un buon numero di minorenni mi chiamava così, ma non avevano altra scelta dopotutto. Però in fondo sono stata, più che altro, quella che ogni mattina alle 7.30 attraversava la campagna cantando con la radio, salutando i gatti sul ciglio della strada, felice 9 volte su 10, anche se nel contratto non c'è scritto. Quella che ha sicuramente sbagliato una valutazione, o fatto un'odiosa preferenza senza volere, ma che altre volte ha attirato l'attenzione di tutti sbattendo un po' la mano sul registro, ha detto: "Silenzio!", si è seduta sulla cattedra e magari ha chiesto scusa. O magari non l'ha chiesto, ma è stata scusata lo stesso, perché si capisce quando vuoi bene.

Togliere le etichette può essere complicato. Pensa a quella del costume, che ti fa prudere in fondo alla schiena e se la tagli male, per di più, rischi di far fuori della stoffa fondamentale, se non altro per la decenza. Pensa anche a quella della marmellata, che se un domani decidi di riciclare il barattolo per un sugo, o per i capperi, ti farà litigare con la colla tutto il giorno, e sarà una lunga battaglia fatta di unghie troppo corte, acqua bollente e alcol etilico.

Mi sa che questa crisi, a noi giovani, ci sta dicendo di non affezionarci tanto alle etichette. All'inizio mi faceva un po' incazzare, ma forse un giorno - lo sospetto - mi toccherà dire che è andata bene così. Chi se ne frega del titolo, quando il libro è bellissimo.