Chi si chiede cosa si fa qui si rassereni: esattamente non lo sa nessuno.
Io ci metto qualche parola e qualche foto.
Con un'unica regola: solo finché mi fa felice.

mercoledì 5 marzo 2014

Le donne che saremo #3

...continua: 




E di questo se ne intende molto bene una di loro,
che ha gli occhioni luccicanti dietro un ciuffo riccio e moro.
Dal periodo della scuola è rimasta tale e quale:
stesso sguardo da cerbiatta, stesso accento originale,
con il tipico sapore della terra pometina
che Annalisa ha salutato quando era ragazzina.
Si ricorda ancora bene quel momento duro e amaro,
quando al mondo le sembrava niente fosse così caro
quanto il luogo in cui era nata, la sua casa, le amichette:
le pareva che Annalisa fosse stata fatta a fette.
Come se le sue passioni, i suoi sogni e i suoi pensieri,
sradicati e trapiantati diventassero insinceri;
come se non fosse il cuore a donarle consistenza
ma piuttosto le abitudini, il contorno e l’apparenza.
Che importanza avrà mai il ‘dove’ per sentirsi più felici?
Non è meglio, ovunque al mondo, saper scorgere gli amici?
La lezione l’ha imparata e ne fa sempre tesoro
soprattutto quando affronta qualche ostacolo al lavoro:
avvocato di successo, sempre piena di clienti,
ha deciso che li vuole fare tutti più contenti,
e per questo non gli deve dare il torto o la ragione
ma piuttosto esser d’aiuto con l’amore e l’attenzione,
star vicino a chi ha bisogno con il cuore tutto aperto
e poter donare loro un conforto sempre certo.
Qualche volta arrivan coppie che vorrebbero troncare:
“Lui è distratto!” fa la donna, con la voce da comare.
“Lei mi secca!” lui ribatte, per trovare una scusante,
ma Annalisa non ha dubbi, e con tono conciliante,
dice “basta con il gioco delle colpe e dei giudizi,
chi può dire di esser privo di difetti e di stravizi?
Non è meglio far silenzio e guardarsi intensamente,
ricordandoci a vicenda come siamo veramente?
Basta anche un solo amico, che mi guarda per davvero:
nel suo sguardo riconosco quanto valgo e so chi ero.” 
Non è facile per niente riconoscere chi siamo!
-  interviene pronta Silvia, e noi tutte l’ascoltiamo -
Voglio dire che all’inizio del mio corso in Farmacia
ero certa di volere un’impresa tutta mia,
né provette ne alambicchi mi destavano interesse,
e votarmi alla ricerca non credevo mi piacesse.
Nella testa avevo chiaro ogni singolo passaggio…
ma alle volte programmare proprio tutto non è saggio.
Dopo anni di sudore, prove, studio e gran ripasso,
sempre un poco timorosa di non reggere quel passo,
mi è successa una vicenda a dir poco stravagante:
stavo sola nel terrazzo, e con l’aria un po’ sognante,
ripassavo qualche farmaco in un modo inusitato…
l’argomento lo dicevo, a parole, ma cantato.
Poco dopo la vicina suonò forte al campanello:
“Silvia cara sei un portento, col tuo dolce ritornello,
hai guarito la mia gola da un bruciore persistente…

il dottore, poveretto, non riusciva a farci niente!
Ed invece la tua voce, così dolce e vellutata,
che parlava della cura più efficace ed appropriata,
carezzando le mie orecchie con la giusta melodia
ha attaccato il mal di gola e se l’è portato via.”
Sembrerà un evento strano, quasi un po’ miracoloso,
ma da quel momento in poi ho un sistema portentoso
per rispondere ai problemi di chi viene in farmacia:
non mi limito a fornirgli un intruglio pur che sia…
lo corredo di un sorriso e una piccola canzone.
Questo è un modo sorprendente di servire dal bancone,
non ha niente a che vedere col mestiere immaginato
ed è meglio, perché il canto mi ha da sempre affascinato!
Il successo è stato tale da attirare l’attenzione
di scienziati, capoccioni, farmacisti d’eccezione
e son stata incaricata di guidare un comitato
per scoprire quali effetti abbia il canto su un malato.
Chi l’avrebbe immaginato questo insolito portento?
E pensare quante volte ho temuto un fallimento,
quante volte avrei gettato il mio libretto nel cestino…
solamente perché ancora non sapevo il mio destino.
Qualche volta interrogarsi con chissà quale insistenza
è da sciocchi… molto meglio la fiducia e la pazienza.
Non mi pare che alla fine torturarsi di domande
sia d’aiuto per scoprire come diventare grande.”
Continua... 

martedì 4 marzo 2014

Le donne che saremo #2

...continua:



Quanto è vero! - dice Ambra, vagabonda di mestiere -
quando viaggio mi diverto… ma tornare è un gran piacere!”
Sono anni che lavora da piccione viaggiatore:
non c’è angolo del mondo, dai due poli all’Equatore,
che non abbia visitato, anche solo di passaggio,
trasportando qualche pacco, qualche lettera o messaggio.
Ha deciso di sfruttare i suoi studi da linguista
per unire le persone che si son perse di vista:
esplorando in lungo e in largo le nazioni e i continenti
porta lettere d’amore, e fa tutti più contenti.
In principio il suo lavoro era stato un po’ diverso…
a lei interessava solo scandagliare l’universo,
non voleva né una meta, né un motivo per vagare:
il suo amato imperativo era sempre e solo “andare!”
Poi però, ad un certo punto, ha avvertito la stanchezza,
ha capito che girare può portare all’ubriachezza,
e dei luoghi della Terra non puoi far la collezione
se poi quando ci ripensi non ti danno un’emozione:
non son punti della spesa da cercare avidamente,
ma tasselli di un bel puzzle da trattare dolcemente.
Ha trovato un bell’esempio nella mina del compasso:
rotte ampie, evoluzioni… per lei correre è uno spasso,
senza posa compie viaggi circolari sulle carte,
scorre, scivola, si ferma, prende forza poi riparte…
ma la mina viaggiatrice ci dà un’ottima lezione:
ha una punta ben piantata e una chiara direzione,
e se a volte si allontana dal suo punto di partenza
sa che perderlo sarebbe un’emerita imprudenza
e che il viaggio non vuol dire solo uscire ed esplorare,
ma comprende anche una fase che si chiama ritornare. 
Ora è Aura, dolcemente, che solleva un argomento.
Con il volto sognante e una mano sotto il mento
fa un sospiro, fa un sorriso, le si illumina lo sguardo:
“C’è una cosa che ho capito, non importa se in ritardo…
care amiche, voi sapete che da sempre ho un desiderio:
diventare dottoressa, che è un mestiere bello e serio,
ma nel cuore, in fondo in fondo, se ne stava l’incertezza…
e se tutto quel dolore mi riempisse di tristezza?
E se dopo qualche tempo tra corsie e sale d’aspetto
mi stancassi, o mi venisse una specie di rigetto?
La paura più tremenda che covavo nei pensieri
era che le mie passioni soccombessero ai doveri;
che la musica, i colori, la poesia, i tramonti e il mare
diventassero sciocchezze da dover dimenticare.
Per fortuna, un bel mattino, un’idea si è fatta largo
e mi ha tolto ogni paura, mi ha svegliata dal letargo:
ma perché passare il tempo a temer la scontentezza
e non prendere a due mani il coraggio e la fermezza?
Perché non trovare un modo originale di mischiare
la bellezza della scienza, il mio amore per il mare,
la passione per le cure sempre nuove e le invenzioni
e l’affetto per la gente che mi chiede soluzioni?
Da quel giorno era deciso: ho comprato una barchetta
con la vela e anche il motore – se ci fosse un po’ di fretta –
e ho pensato di piazzar l’ambulatorio nella stiva:
già vedevo i miei pazienti aspettarmi sulla riva,
ed io pronta, in ogni porto, a prestare le mie cure,
dar consigli, medicine, far controlli e fasciature…
poi alla fine del mio turno, quando il sole si fa arancio,
indossare la mia muta e tuffarmi con un lancio
tra le onde verdi e azzurre di una baia affascinante,
che mi incanti e che mi culli col suo abbraccio rinfrescante.
Qualche volta i miei pazienti mi reclamano per cena;
qualche volta sono io, quando c’è la luna piena,
che li invito a banchettare sul mio piccolo vascello
e tra chiacchiere e canzoni non c’è niente di più bello
della dolce sensazione che sia nato un bel rapporto,
anche se il mattino dopo migrerò in un altro porto.
Tanto mese dopo mese, se ho fiducia e son paziente,
trovo lì dov’era prima quella stessa bella gente,
spesso faccio un salto a casa da chi amo più di tutti
e poi mi rimetto in viaggio, cavalcando in mezzo ai flutti.
Quanto sono stata sciocca! Ho creduto che il dovere
mi portasse a rinunciare alle mie passioni vere
,
ma non mi ero ricordata di una facoltà che abbiamo…
ed è il dono assai prezioso di decidere chi siamo.”
Continua... 

lunedì 3 marzo 2014

L'8 marzo si avvicina: le donne che saremo #1

La festa della donna si avvicina e voglio festeggiarla anche io. Di donne ne conosco proprio tante, e mi hanno sempre ispirato un sacco di storie: quando ascolto le mie amiche - che insieme a me e come me, ognuna a modo suo, diventano grandi a poco a poco - mi capita spesso di pensare "che spettacolo". Sono sincera, non sempre è un bello spettacolo: domande difficili, dubbi, nervosismi, cambi di direzione improvvisi, grandi sfide, lacrime e angosce non mancano, ma pur sempre di spettacolo si tratta. Perché poi, inaspettatamente, qualcosa di buono lo tirano fuori, e io mi sento fiera di farne parte.

Tempo fa ho scritto una filastrocca per loro, le mie amiche... Non tutte, ma una bella squadra. Più che altro è una storia in rima, e siccome è un po' lunga ho deciso di raccontarla un po' alla volta, giorno per giorno, aspettando la festa della donna.

Le donne che saremo #1


“C’era una volta”
…è la frase preferita di poeti e parolieri,
di scrittori, cantastorie, menestrelli d’oggi e ieri.
Eppure, questa storia, ha ingredienti un po’ speciali:
non racconta solo fatti e avventure surreali,
si diverte a mescolare la realtà e la fantasia
e è difficile capire dove inizia la magia.
Il periodo in cui si svolge forse vi farà stupire:
non è storia del passato… ma riguarda l’avvenire!
Presto dunque, cominciamo, la lettura sarà fitta:
c’immergiamo in una storia che dev’esser ancor scritta
E'una sera d’estate dell’anno duemilacento.
Sul giardino scende dolce la carezza del vento,
e nel prato, sotto i pioppi spettinati nel tramonto,
il pic nic per le fanciulle sembra essere ormai pronto. 
Sono otto le invitate che si recano al banchetto
preparato nel bel parco dell’amica, l’architetto:
Giulia, col sorriso, se le stringe tra le braccia,
mentre accetta come doni del buon vino e panfocaccia.
“Come stai? Come sei bella! Cosa dici del lavoro?”
già le chiacchiere dilagano e si mischiano in un coro.
Ogni tanto hanno piacere di vedersi tutte quante:
non è facile incontrarsi, ma per loro l’importante
è trovare dei momenti, anche piccoli, anche rari,
per dividere i ricordi, che sian dolci oppure amari,
aggiornarsi sul presente e le novità di ognuna…
meglio ancora se cenando, al bagliore della luna.
Prendon posto, effervescenti, su un lenzuolo gigantesco
tra le piante di lavanda, le giunchiglie e il muschio fresco.
Si conoscono da tempo, non ricordano da quanto,
ma da sempre, per cenare, hanno un rito sacrosanto:
ogni brava commensale, prima di poter mangiare,
deve esprimere un augurio, a cui si dovrà brindare. 
Giulia , l’architetto, mentre serve le frittelle,
dice che ha una novità, e non sta più nella pelle:
finalmente, dopo anni di fatica e dedizione,
ha ottenuto dal suo capo una bella promozione!
Già da tempo lavorava a un progetto di gran classe:
una casa che seguisse il padrone ovunque andasse.
All’inizio le era parsa un’idea così geniale…
ogni luogo, con quel trucco, rimaneva sempre uguale,
niente alberghi né valigie, niente stress da adattamento,
stesso letto, stesse stanze… nessun vero cambiamento.
Però dopo qualche prova, si era accorta di una cosa:
che la vita, sempre uguale, è tranquilla ma noiosa!
Ed ecco, a questo punto, l’intuizione illuminante:
non doveva inventare una casa viaggiante,
ma una casa gentile, che sapesse voler bene,
che facesse sentire le persone più serene;
una casa che se parti sei sicuro che ti aspetta
ma che non ti fa rimpiangere il suo essere perfetta,
che protegge quando serve, ma può dare anche coraggio,
e sa rendere il riposo bello tanto quanto il viaggio. 
Continua... 

mercoledì 26 febbraio 2014

Il latino è inutile... come la musica, il mare, e tutte le cose che contano

Mi capitava di chiedermi se quello che facevo fosse utile. Sarà che ho studiato lettere, e la domanda "ma a cosa serve, poi, nella vita?" me la sono sentita fare spesso. Sarà che sono un po' disordinata, un po' improvvisatrice, sarà che le cose che so fare meglio non hanno grande spendibilità sul mercato. Ma in fondo, pensandoci... utile a chi? Mi sono detta che se mi fa sorridere, se mi fa innamorare, se mi fa commuovere o mi travolge, allora è chiaro: qualunque cosa sia, è utile senz'ombra di dubbio.

Nel 2002 sono stata in Molise con gli amici del coro, a conoscere le persone colpite dal terremoto. Una vecchietta ci ha accolti in casa sua: una minuscola tana, così simile a una caverna, nascosta in una strada insignificante di un paese di cui non ricordo il nome. Ci ha raccontato che ogni giorno, immancabilmente, staccava le sue pentole e i suoi paioli dal muro e li lucidava con cura, fino a farli brillare. Anche se nessuno le faceva visita, anche se era passato giusto il terremoto. "Che senso ha?" le abbiamo chiesto. "Perché così il mondo è più bello".



Il latino serve a poco, voglio dirlo chiaro e tondo:
serve poco a chi lo apprezza… pensa te al resto del mondo!
Non si mangia, non si beve, kilowatt non ne produce,
non è fonte alternativa per far caldo o dare luce,
nel curriculum non conta perché ormai è una lingua morta
e, lo ammetto, il dizionario è un perfetto fermaporta.

Però penso che un concetto debba andare un po’ rivisto:
chi decide di che cosa devo essere provvisto?
Chi decide cos’è utile e cos’è soltanto un vezzo?
Ci son cose che han valore anche se non hanno un prezzo,
anzi, se ci si basasse sulle leggi di mercato
un bel pezzo di esistenza potrebbe essere potato.

A che servono i tramonti? Delle albe non parliamo!
A che servono i sorrisi? A che servono i “ti amo”?
Non c’è articolo più inutile e fuorviante di un bel sogno
e di lacrime e passioni non ce n’è poi gran bisogno.
Non è utile incontrarsi, chiacchierare né vedersi,
che l’i-phone fa quasi tutto: ci raddrizza se siam persi,
ci connette con gli amici senza spreco di energia
e tra musica e giochini è una degna compagnia.
E la testa, ormai, a che serve? A che serve la memoria?
Con youtube e i social network, serve leggere una storia?
Quello che non monetizza venga pure messo al bando!
Sopravviva il necessario: niente in più, mi raccomando.
In un mondo che può tutto con lo schiocco delle dita
non ci serve più una mamma per infondere la vita,
non ci serve più l’amore per formare una famiglia
e non servono parole come “grazia" “meraviglia”.

Eh no gente, mi ribello! Quel “che serve” non mi basta:
il mio cuore dice chiaro che l' “inutile” non guasta.
Il criterio del “non serve”, del “non mi darà un lavoro”,
può valere qualche volta ma bisogna far tesoro
soprattutto dei dettagli che ci rendono più vivi,
non perché sian necessari, ma per mille altri motivi.
Ce n’è uno, più di tutti, che è da prendere sul serio:
questo mondo non guarisce se spegniamo il desiderio.

Il latino è una sciocchezza come ce ne sono tante…
Se io fossi un professore non direi quanto è importante,
ma piuttosto quanto è bello e quanto mi fa felice
non fermarmi in superficie ma scoprire la radice
della musica stupenda che nasconde ogni parola.
È la vita che mi piace… non i libri, non la scuola.
Benedette quelle cose che non servon più di tanto
ma alla fine ci fan dire “caro mondo, sei un incanto!”

lunedì 24 febbraio 2014

Lunedì mattina e tutto ricomincia

Lunedì mattina: si torna al lavoro. Ciascuno a suo modo. C'è chi si mette all'opera tra annunci e curriculum da inviare, chi si appresta a fare un sacco di cose importantissime che non verranno pagate (perché fanno parte dei suoi doveri di mamma, di babbo, o semplicemente di persona), chi cercherà di studiare, chi avrà l'impressione di perdere la speranza, e chi comincerà la settimana come si comincia una nuova vita. La meraviglia di poter sempre ripartire. 

Il mio lavoro a scuola è un rinascere di continuo, e un continuo diventare grandi: io, lei preziosissima che lavora accanto a me, loro che ci guardano. Dopo la festa di carnevale di ieri - con la sfilata delle maschere, la premiazione delle più belle, la musica, i balli e un sacco di stelle filanti - la filastrocca se la sono meritata quei cinquanta marmocchi che ogni settimana, giorno dopo giorno, a scuola si aspettano qualcosa da noi. Siamo imperfette, siamo bravissime a sentirci inadeguate, ma fortunatamente non c'è tempo per le paranoie inutili: che ci sentiamo all'altezza o meno, a scuola, bisogna camminare vicino ai grandi di domani, e anche a passo spedito. La vita non sempre aspetta il momento giusto - non aspetta che siamo pronti - e spesso è una fortuna, perché la bellezza esplode molto prima e molto meglio di quanto avremmo potuto inventare a tavolino.
A chi riparte - grazie a tutto e nonostante tutto - buon lunedì!
Sedie e tavoli volanti, cerbottane, corpi a terra…
è soltanto un doposcuola, ma ricorda un po’ una guerra!
Verso l’una ha il via la sfida, alle 6 c’è il coprifuoco,
e se “appena” 5 orette a qualcuno sembran poco
quasi quasi lo assumiamo perché venga a controllare
quanto durano le pile quando si è in età scolare. 
Già lo sanno in seminario: Don Pasquale un po’ ci teme
quando fieri conquistiamo la sua mensa tutti insieme.
Qualche volta cerca invano di cambiare la sua sorte…
cosa pensa, di sfuggirci richiudendo due o tre porte?
Gengis Khan o il re degli Unni sono solo dei codardi
confrontati con i nostri personaggi più gagliardi,
e se quando ci si siede non c’è ancora la minestra
non è escluso che qualcuno provi a morder la maestra! 
Poi si studia nel “silenzio” per un’ora e mezza almeno:
c’è chi accampa scuse folli, chi va forte come un treno,
chi l’inglese lo sa al pari del polacco o del cinese,
e chi sembra abbia deciso di impiegarci tutto il mese.
E durante la merenda, alla bimba più vorace,
chi le spiega che non può mangiare il bimbo che le piace? 
Finalmente poi si gioca: c’è chi incolla, chi ritaglia,
chi ovviamente è sempre pronto a ingaggiare una battaglia,
quelli che, se son scoperti, dicon sempre “è stato lui!”
e alle povere maestre fan passar momenti bui… 
…Ma al di là della fatica, per fortuna, la bellezza
del guardare questi bimbi nella loro completezza,
di arrabbiarsi per amore (qualche volta per nervoso!)
ma di conservare sempre quello sguardo un po’ curioso
che pian piano ci permette, spesso in modo inaspettato,
di trovar la chiave giusta per il cuore più blindato. 
Tanto in fondo lo sappiamo: ogni bimbo è già custode
di un destino suo soltanto. Senza infamia e senza lode
non possiamo fare altro che ammirare il compimento
del prodigio che si svela in ogni singolo momento.
Chi saranno? Che faranno? Non abbiamo le risposte,
ma di certo, in questi bimbi, ci son verità nascoste
che noi abbiamo il privilegio di sentire da vicino
dividendo insieme a loro l’avventura di un cammino.
Siam capaci? Siamo adatte? Chi può dirlo per davvero?
Noi facciam quel che possiamo… tutto il resto è un bel mistero.
(mmm... questi non sono proprio i bimbi del doposcuola... qualcuno si riconosce?)

giovedì 20 febbraio 2014

Il regalo più bizzarro che abbia avuto è mia sorella

Dei regali che ho ricevuto nella mia vita, il più bizzarro di tutti ha quasi 25 anni. Quando ci trucchiamo insieme - da brave sorelle - davanti allo specchio non posso fare a meno di notare che il suo ombelico è molto più in alto del mio. Una volta, durante una serata tra amici, è stata intervistata per gioco. Le hanno chiesto "una persona che stimi?", e lei, con quei suoi occhi grandi e curiosi, dolce e pacata ha risposto "mia sorella". Mi sa che non gliel'ho mai detto, ma ecco, è stato bello. Bello come diventare grandi piano piano. E vederne di tutti i colori - a volte, ad essere sinceri, vedersela anche un po' grigia - ma intanto essere insieme.

Ho regalato una filastrocca anche a lei. Dice che ha tanti passatempi un po' buffi, e che mi ruba i vestiti. Che da piccola sognavo di decidere io il suo nome (e che nome!), che soffre terribilmente il solletico in una zona del corpo, e che per questo me la tiene sempre nascosta. E poi, in sostanza, dice che le voglio proprio bene.


Il regalo più bizzarro che abbia avuto è mia sorella:
ha una chioma da Rapunzel e due gambe da gazzella,
occhi grandi alla nocciola e un istinto mai assopito
di rubar qualsiasi cosa da ogni armadio incustodito.
Dallo scialle della nonna che sa un po’ di affumicato
al maglione del suo babbo, meglio ancora se sformato,
ogni capo, col suo tocco, come se si ravvivasse
si trasforma in pezzo vintage un po’ casual ma di classe. 
Sono molti i suoi talenti: fa i biscotti al detersivo,
è fotografa, designer, fa paesaggi anche dal vivo,
qualche volta porta i cani a imparar l’educazione
(mica sempre con successo… quel che conta è l’intenzione),
e ha la dote sorprendente – altroché ispettore Gadget –
del riciclo un po’ d’artista, ovviamente a zero budget.

Uno skotch da elettricista? È uno smalto colorato!
E perché spendere soldi per un braccio depilato,
quando al posto della cera basta il miele millefiori?
Nastri, ninnoli e bottoni per lei sono dei tesori. 
Una volta era uno gnomo: piccolina e paffutella
le toccava sopportare qualche scherzo di sorella,
come quando, nella culla, le facevo un’imboscata
o dicevo, tutta seria, che l’avevano adottata.
Ogni giorno inventavamo passatempi e giochi pazzi:
c’era “l’uovo e il frullatore”, i balletti dei pupazzi,
pomeriggi di carezze a Iolanda e all’Enrichetta,
e ore e ore nel cortile a girare in bicicletta… 
Travestirsi, disegnare, coccolare i cagnolini,
darsi i baci col rossetto per riempirsi di stampini,
inventarsi un matrimonio col vicino d’ombrellone,
o  aiutare i nostri nonni a far l’orto sul balcone…
ma il ricordo preferito, se qualcuno me lo chiede,
è di lei che intrappolata grida forte “Pede pede!”.
Ogni anno andare al Giglio per noi era un’avventura:
giochi e corse sugli scogli, tuffi e storie di paura,
dopo che la notte prima di partire per il mare
avevam dormito insieme incapaci di aspettare
Le più belle tradizioni sopravvivono immutate,
ma ci sono tante cose che negli anni son cambiate…
ad esempio c’è un figliuolo (che secondo me ne vuole)
che la invita molto spesso tra le nebbie romagnole:
caro sì, ma qualche volta la fa diventare pazza,
e mi tocca consolarla mentre piange sulla tazza.
Fanno sempre pace in fretta perché sono innamorati,
e in effetti son perfetti: Dio li ha fatti e li ha accoppiati. 
Scherzi a parte mia sorella è per me una sicurezza:
guai se provi a darle un bacio, un abbraccio o una carezza,
ma in compenso è quell’amica che c’è sempre e se stai male
ti prescrive una banana e ti tira su il morale.
Non si chiamerà Indianina… non mi mostra mai l’ascella…
ma davvero, per il resto, è un gran pezzo di sorella!