C’è quel momento in cui hai bisogno che le parole
siano carezze. È una fase: ci si passa. Io, almeno, ci sono passata. Hai
bisogno che le parole ti proteggano, ti rassicurino; ti definiscano anche un
po’. È la fase in cui dici “andiamo a prenderci un caffè” anche se il caffè non
ti è mai piaciuto, perché “andare a prendere un caffè” sembra un rituale così
bello e così ampiamente condiviso, così legittimo, che sei sicura di averne
bisogno anche tu, ed è importante che si chiami proprio così. È quando la sera
ordini un Margarita e ti compiaci di quanto sia languido quel nome – Margarita -
e quanto ti piace dirlo con noncuranza studiata – Margarita - perché ti
immagini che l’eroina dei tuoi pensieri, quella che vorresti essere e far
vedere al mondo, ordinerebbe quello e lo direbbe così. È una fase strana, non è
sempre facile. Perché aspetti certe parole e ne arrivano altre; magari arriva
un silenzio ma avevi previsto un “ti amo” o un “sei bellissima”, “stai bene
così”, e Dio solo sa quanto ne avevi bisogno, e quanto è indicibilmente pesante
la giornata – la vita – senza quelle parole lì. Quanto assomiglia
all’infelicità. È una fase in cui dici “bene”. Ti chiedono come stai e neanche
li lasci finire, dici “bene”, cos’altro dovresti dire? Esiste una risposta, una
parola più brava a coccolare te e chi hai di fronte in un colpo solo? A
cullarvi, senza che dobbiate ferirvi, senza andare a scavare laggiù, che
alzereste un gran polverone ma non ne ha voglia nessuno, davvero. È la fase in cui
vuoi sapere cosa sei. Vuoi un’etichetta, ce l’hanno tutti, come farai tu senza
la tua etichetta? Senza il tuo titolo, la tua laurea, senza una bella lista di
abilità da snocciolare sul curriculum, nero su bianco? E non basta mica dire cosa
vuoi fare, cosa sogni, per cosa piangi: bisogna dire che cosa sei. Ci vuole una
parola che ti metta al mondo, altrimenti cosa vuoi pretendere.
Poi finisce. Tranquilli, davvero. Finisce.
Come un rumore di fondo che quasi non sentivi più:
un ronzio, un soffio, un fruscio costante, di quelli che ci sono ma ormai li
hai dimenticati, tipo la ventola del computer o il lamento del frigorifero.
Quando finiscono è un sollievo, è una liberazione. Non li sentivi, andava bene
così, ma quando se ne vanno è meglio, è una vita nuova. “Che bel silenzio!” Ti
viene da dire. Che bella vita, improvvisamente, quando etichettare le cose ti
interessa un po’ meno. Quando vuoi essere una poesia, e non t’importa se il
mondo non sa leggere. Quando non si tratta di ricalcare un capolavoro, ma di sbizzarrirti nel tuo scarabocchio. Di fare il tuo disegno. E certo che non ha
nome e non ha prezzo, per forza: prima di te, non lo avevano ancora inventato.

Seduto su una carrozzina, attaccato ad una flebo da cui gocciola un liquido senza colore e senza nome, guardo fuori dalla finestra la collina verde: una lepre la attraversa, poi due gazze, con le loro lunghe code e la livrea bianca e nera, si posano su una ringhiera, e volano via.
RispondiEliminaPer oggi non morirà nessuno. :)