Chi si chiede cosa si fa qui si rassereni: esattamente non lo sa nessuno.
Io ci metto qualche parola e qualche foto.
Con un'unica regola: solo finché mi fa felice.

mercoledì 2 aprile 2014

Prima di te, non lo avevano ancora inventato



C’è quel momento in cui hai bisogno che le parole siano carezze. È una fase: ci si passa. Io, almeno, ci sono passata. Hai bisogno che le parole ti proteggano, ti rassicurino; ti definiscano anche un po’. È la fase in cui dici “andiamo a prenderci un caffè” anche se il caffè non ti è mai piaciuto, perché “andare a prendere un caffè” sembra un rituale così bello e così ampiamente condiviso, così legittimo, che sei sicura di averne bisogno anche tu, ed è importante che si chiami proprio così. È quando la sera ordini un Margarita e ti compiaci di quanto sia languido quel nome – Margarita - e quanto ti piace dirlo con noncuranza studiata – Margarita - perché ti immagini che l’eroina dei tuoi pensieri, quella che vorresti essere e far vedere al mondo, ordinerebbe quello e lo direbbe così. È una fase strana, non è sempre facile. Perché aspetti certe parole e ne arrivano altre; magari arriva un silenzio ma avevi previsto un “ti amo” o un “sei bellissima”, “stai bene così”, e Dio solo sa quanto ne avevi bisogno, e quanto è indicibilmente pesante la giornata – la vita – senza quelle parole lì. Quanto assomiglia all’infelicità. È una fase in cui dici “bene”. Ti chiedono come stai e neanche li lasci finire, dici “bene”, cos’altro dovresti dire? Esiste una risposta, una parola più brava a coccolare te e chi hai di fronte in un colpo solo? A cullarvi, senza che dobbiate ferirvi, senza andare a scavare laggiù, che alzereste un gran polverone ma non ne ha voglia nessuno, davvero. È la fase in cui vuoi sapere cosa sei. Vuoi un’etichetta, ce l’hanno tutti, come farai tu senza la tua etichetta? Senza il tuo titolo, la tua laurea, senza una bella lista di abilità da snocciolare sul curriculum, nero su bianco? E non basta mica dire cosa vuoi fare, cosa sogni, per cosa piangi: bisogna dire che cosa sei. Ci vuole una parola che ti metta al mondo, altrimenti cosa vuoi pretendere.

Poi finisce. Tranquilli, davvero. Finisce.

Come un rumore di fondo che quasi non sentivi più: un ronzio, un soffio, un fruscio costante, di quelli che ci sono ma ormai li hai dimenticati, tipo la ventola del computer o il lamento del frigorifero. Quando finiscono è un sollievo, è una liberazione. Non li sentivi, andava bene così, ma quando se ne vanno è meglio, è una vita nuova. “Che bel silenzio!” Ti viene da dire. Che bella vita, improvvisamente, quando etichettare le cose ti interessa un po’ meno. Quando vuoi essere una poesia, e non t’importa se il mondo non sa leggere. Quando non si tratta di ricalcare un capolavoro, ma di sbizzarrirti nel tuo scarabocchio. Di fare il tuo disegno. E certo che non ha nome e non ha prezzo, per forza: prima di te, non lo avevano ancora inventato.

1 commento:

  1. Seduto su una carrozzina, attaccato ad una flebo da cui gocciola un liquido senza colore e senza nome, guardo fuori dalla finestra la collina verde: una lepre la attraversa, poi due gazze, con le loro lunghe code e la livrea bianca e nera, si posano su una ringhiera, e volano via.
    Per oggi non morirà nessuno. :)

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