![]() |
| Cielo vero, così com'è. Unico filtro: le nuvole. |
Qualcuno dovrebbe dirglielo, forse, a queste povere
creature che sono gli uomini, che il loro bello sta nell’essere difettosi; che
sono fragili al punto che adesso ci sono, respirano, benché nemmeno lo
sappiano, ma tra un istante piccolissimo – insignificante al cospetto di tutti
gli altri infiniti istanti del mondo – tra un istante piccolissimo potrebbero,
ecco, non esserci più. E le foglie non smetterebbero per questo di ingiallire,
e le maree di dondolare, né la luna di nascondere una faccia e la pioggia di
formare delle pozze dove i bimbi ignari possano giocare, pestando nuvole e
azzurri e case a testa in giù. Qualcuno dovrebbe dirglielo, forse, a questi
ingrati contenitori di infinito, che non gli è richiesto, non gli è proprio
richiesto, di essere Dio: che possono impallidire e ritirarsi un po’,
costellarsi di macchie col procedere degli anni, corrugare la fronte e avere il
collo cadente. Possono, loro, fare come il sole tutti i giorni, fare come le
rondini e i leoni, fare come i meli e gli ippocastani: possono, gli uomini, ma
forse non lo sanno, scaturire sulla Terra e poi esistere, o vivere, e alla fine
tramontare. E ci sarebbe tanta poesia in questa parabola, tanto amore e tanta
perfezione, se solo non passassero i minuti a rincorrere l’invincibilità. A
nascondere le rughe, a nascondere le occhiaie, a nascondere la pancia e la
pazzia, a annunciare che sono ancora felici, che fanno ancora l’amore, che non
hanno paura, che è stato terribile, sì, ma l’hanno superato bene e no, non ci
pensano più, non ci pensano proprio più, non piangono mai nel buio della loro
stanza, non hanno mai la sensazione di morire. Potrebbero dirlo, gli uomini,
che hanno sbagliato parecchio, che sbaglieranno ancora, che non sanno voler
bene più di tanto, che non sono mai all’altezza del modello che nei secoli si
sono disegnati, che ogni gioia si accompagna a una fatica, che l’amore fa anche
male e che anche ieri, proprio ieri che nessuno li vedeva, chiaramente hanno
pensato di non farcela. Che gli mancano la mamma e il babbo o i figli, che gli manca
una parola che sia adatta a non fare andare via quelli che amano. Qualcuno
dovrebbe prenderli sulle ginocchia, questi folli custodi del tutto, e dirgli
che sono stati bravissimi, veramente, ad andare sulla Luna e a curare il vaiolo,
a costruire apparecchi per parlare oltre gli oceani e le montagne, a concepire
diete e tagli di capelli, sono stati bravi, commoventi, e si sono meritati di
fermarsi. Che sarebbe molto meglio confessarsi: e va bene, qualche volta piango
anch’io. Ho gli attacchi di panico ogni giorno. Ho mentito quando ho detto che
volevo diventare un ingegnere, un astronauta, un cantante o un pizzaiolo. E va
bene, ok, non me ne frega niente: voglio solo che mi vogliano un po’ bene.
E qualcuno glielo dica, con il cuore, che davvero
non si sforzino a esser Dio. Che nel loro zoppicare e un po’ morire, sono già
quello che a Dio va più vicino.

"Dove eravamo insieme? Chi eri tu, quello col quale ho vissuto... camminato. Il fratello... l'amico. Buio dalla luce. Conflitto dall'amore. Sono il frutto di una sola mente. I tratti di un solo volto. Oh, anima mia, fa che io sia in te, adesso. Guarda attraverso i miei occhi. Guarda le cose che hai creato. Tutto risplende."
RispondiEliminaTerrence Malick - La sottile linea rossa
Grazie Eleonora, è bello leggerti anche in questo periodo per me carico di ombre e con poche luci.
Grazie a te.
RispondiElimina