Chi si chiede cosa si fa qui si rassereni: esattamente non lo sa nessuno.
Io ci metto qualche parola e qualche foto.
Con un'unica regola: solo finché mi fa felice.

mercoledì 16 settembre 2015

Il primo giorno a scuola

Il primo giorno a scuola:
un innamoramento.
Schiarirsi un po' la gola,
nascondere il fermento...
Mi chiameranno strega,
però chi se ne frega.
Lo so che sarà dura,
che a volte ci odieremo,
che spesso avrò paura,
che arriverò allo stremo:
da sempre amore e morte
son nella stessa sorte.
Innamorarsi è uguale.
Condanna dolce amara,
lo so che farà male
ma che non sarà avara.
Da quando ci guardiamo
non "sono" più ma "siamo".

domenica 6 settembre 2015

Settembre


Settembre, se fosse un momento,
sarebbe le sei del mattino
perché custodisce un intento,
ha l’animo ancora bambino,
e se fosse un pasto, di certo,
sarebbe la mia colazione:
un nuovo barattolo aperto,
le fette, del tè col limone,
e fuori la strada rivive.
Che razza di giorno ci attende?
Settembre e le sue aspettative.
Un popolo che non si arrende.
Settembre è la strofa iniziale,
l’attacco, l’esordio, la nota,
lo sparo, la marcia nuziale.
Non c’è cuore che non si scuota.
Il buio che c’era c’è ancora,
ma non ha più il nostro controllo:
siam fatti per altro. L’aurora.
Lo schiudersi. L’alba. Il decollo.

sabato 5 settembre 2015

Da grande voleva fare la scrittrice


Da grande voleva fare la scrittrice, e quel giorno le avevano regalato un quaderno nuovo, ancora da cominciare. Doveva essere piuttosto vecchio, a dire il vero, perché il nonno lo aveva trovato nel capanno degli attrezzi tra la legna, le cartacce e le altre cose da bruciare: aveva le pagine ingiallite e la copertina macchiata, ma di un cartone grosso che – ne era certa – non l’avrebbe delusa, e avrebbe custodito qualche buona storia. Da grande voleva fare la scrittrice. Era così da sempre, perché scriveva anche quando pensava: le cose diventavano più vere dopo averle scritte, quasi sempre più belle, e non c’era nulla che non fosse degno di una pagina scritta. O di una pagina mentale, non faceva differenza. Una volta sua madre le aveva detto che era “una creatura di parole”. A detta sua c’erano persone capaci di catturare con gli occhi ogni più piccolo dettaglio della realtà, e che s’innamoravano del mondo attraverso lo sguardo, ma altre, quelle come lei, si sarebbero sempre fatte incantare dal suono delle cose e avrebbero lasciato le immagini in secondo piano, in un luogo più sfocato che contava tutto sommato poco, davvero poco, rispetto alla musica delle parole.
Le era piaciuto soprattutto essere definita “una creatura”. Da quel giorno si era sentita unica, diversa da ogni altro essere umano. Giocava ad essere l’abitante di un pianeta lontano, o una fata venuta dai boschi, magari capace di parlare con gli animali o di intendersela con le nuvole. Era un gioco che faceva da sola, di cui nessuno sapeva, ma aggiungeva un tale mistero alle sue giornate che credeva non vi avrebbe rinunciato mai più. E forse, prima o poi, si sarebbe davvero scoperta una creatura speciale.

Quel giorno teneva il suo quaderno nuovo aperto sul tavolo di legno, sotto la veranda, ma in realtà si distraeva spesso a guardare i girini nel barattolo di vetro. Lei e sua cugina lo avevano ripulito dalla marmellata di more, il barattolo, e lo avevano usato per catturare i girini dal ruscello dietro casa, standosene sedute sull’asse di un vecchio armadio, incastrata a mo’ di ponte tra le rive. In quei momenti si sentivano come i maschi, i figli del contadino, però sapevano di essere più mature di loro: qualcuno doveva avergli messo dentro una consapevolezza strana, alle donne, o un filo legato a qualche stella dispersa nello spazio. Già lo sapevano, e il fatto che i maschi non sospettassero nulla le faceva sentire complici e libere, felici come chi ha tutto da conquistare.

Avrebbe potuto scrivere la storia di quei girini, che le sembravano macchie d’inchiostro. Magari uno della cucciolata avrebbe potuto trasformarsi in qualcosa di inusuale, mentre gli altri diventavano diligentemente ranocchi: uno solo, diverso da tutti gli altri, forse un po’ magico o solo un po’ sfortunato, si sarebbe evoluto in un pesce o in una sirena, in un uccello nuotatore o in una libellula d’acqua. Gli altri ci sarebbero rimasti male, ne era sicura, e vuoi per ottusità, vuoi per una punta d’invidia, all’inizio lo avrebbero escluso dalla famiglia e lo avrebbero accusato di essere un egocentrico o un pazzo, un pericolo per l’ordine sociale dei girini in un tranquillo barattolo di marmellata. Cercò di dare un nome ai girini, ma non era facile capire quali fossero maschi e quali femmine, e tendevano a mischiarsi di continuo facendole perdere il segno.

Lei si chiamava Greta, ed era un nome che le piaceva. Le pareva un po’ antico, un po’ selvatico e un po’ raffinato. O forse selvatica era solo lei, con quei capelli né ricci né lisci che sembravano sempre appena usciti dal mare, e gli occhi neri come le olive della Sicilia, che aveva raccolto quell’estate di alcuni anni prima. Se c’era qualcosa che la incantava era il fatto che gli alberi dessero frutti commestibili per gli esseri umani. Insomma, non ne sapeva ancora molto di scienze o di biologia, e tantomeno di anatomia, ma sospettava che il corpo fosse una macchina sofisticata, e che nutrirla non fosse proprio una cosa da nulla. Alle piante non glielo aveva detto nessuno – o forse sì – di modellare dei bocconcini con quei sapori e quegli ingredienti, eppure loro erano capaci di inventarsi dei frutti commestibili. Lei ad esempio, se dal nulla avesse voluto creare un’oliva, non avrebbe saputo proprio dove mettere le mani.

Nemmeno la nonna, probabilmente, avrebbe saputo fare un’oliva. E dire che lei era una strega in cucina: lavorava in calderoni di ferro così vecchi da essersi deformati, e ciotole di ceramica consumate dal fuoco. Greta le chiedeva spesso di regalargliene qualcuna, per giocare al ristorante o raccoglierci la terra e costruire un castello, ma la cuoca diceva che gli oggetti hanno un’anima, e una pentola anziana ha già molta esperienza, ed è un’aiutante così perfetta che sarebbe un peccato sbarazzarsene proprio all’apice della sua carriera. Almeno si lasciava aiutare dalla nipote, e le insegnava quei trucchi che nei libri di ricette non dicono mai. La pastella per le zucchine fritte veniva bene con la farina gialla e la birra ghiacciata, e l’insalata si conservava per giorni avvolta in un panno di tela e nascosta in un sacchetto. La carruba aveva il sapore del cioccolato e ci si preparavano frappé squisiti, lo zucchero di canna faceva i biscotti più croccanti e le banane schiacciate rimpiazzavano bene le uova nella ciambella, e la facevano profumare d’estate. Le dava anche qualche lezione di vita, impastando e assaggiando, e Greta la prendeva in giro e rideva, faceva finta che non le importasse. Invece l’ascoltava alla grande, e in fondo lo sapevano entrambe. Due cose non avrebbe mai dimenticato, perché la nonna gliele aveva dette con la voce dei grandi segreti. La prima era che tutto ciò che fai, se lo ami, diventa bello. Come se fosse una questione di scelta. La nonna la vedeva sudare sui compiti di aritmetica e le diceva “Ama l’aritmetica! Amala anche se non ti piace, altrimenti non ti riuscirà mai!”, e con le torte era lo stesso, le trattava come fossero bambine da accudire, e più sembravano bruciacchiate e più le coccolava, ci parlava, faceva in modo che alla fine venissero belle e buone lo stesso. La seconda cosa era che la verità, nei manuali, non viene mai svelata del tutto. Come nei ricettari, era così per ogni aspetto del mondo: meglio diffidare delle istruzioni precise, delle regole ferree e delle etichette indelebili. “Mi stai dicendo che devo essere disubbidiente?” le aveva chiesto con gli occhi furbi, e la nonna aveva riso forte: “Neanche per sogno! Non direi mai niente del genere!” Ma le aveva strizzato l’occhio e avevano riso insieme per un bel po’, mentre passavano l’aglio sulle bruschette, e se qualcuno fosse passato di lì in quel momento avrebbe avuto la sensazione che fossero proprio matte e contente, quelle due. 

domenica 30 agosto 2015

Quando vai a scuola credi che per i prof sia diverso


Quando vai a scuola credi che per i prof sia diverso. Pensi che non si annoino mai in classe; che non vorrebbero mai essere altrove. Pensi che l’analisi del periodo sia davvero, per loro, una questione di vita o di morte, e non sospetti che si distraggano a lezione. Non sai che vorrebbero controllare il cellulare in borsa perché l’hanno sentito vibrare, o che non vedono l’ora di fare merenda. Immagini che non dicano parolacce, e che nel pomeriggio non si concedano mai di bivaccare in pigiama sul divano, magari sgranocchiando un pacco intero di biscotti. Spesso arrivi a pensare che i professori, nel pomeriggio, semplicemente non esistano. E invece per i prof è la stessa cosa: aspettano anche loro l’ultima ora del sabato con un’euforia crescente dentro il petto, e l’inizio delle vacanze estive è anche per loro un miracolo, che esplode con la campanella più attesa di inizio giugno. Quando ero piccola già lo sapevo: la mia idea di felicità assomigliava a quel fiume in piena che dalle classi straripava giù per le scale, e poi in cortile, l’ultimo giorno di scuola.
Il 30 giugno 2015 ho concluso il mio secondo esame di terza media. Il primo risaliva a quindici anni fa, quando avevo l’apparecchio ai denti: appena finito ero andata a festeggiare in piscina, con la mia classe e un fidanzatino che avrei lasciato via sms due giorni dopo, dal mio nuovo Nokia 3210. Oggi ho 29 anni e a giugno 2015, ormai un paio di mesi fa, l’esame ha avuto un sapore nuovo, perché questa volta la prof ero io.
A interrogazioni finite ho provato sollievo: tutto era andato bene. Qualche discussione, qualche intoppo burocratico facilmente raddrizzabile, qualche valutazione forse più scarsa di quanto avremmo voluto… Però tutto bene. Ero stata credibile, come prof? Nella tracolla nera – quella che avevo comprato al Leonardo con mia mamma lo scorso agosto, preparandomi all’avventura – avevo un plico di fogli pieni di appunti: le date di storia che non mi ricordo mai neppure io, perché mica posso chiedere una data e poi dimenticarmela per prima; qualche citazione di personaggio letterario da presentare ai ragazzi, per poi sfidarli: “Chi pensi l’abbia scritta?”; qualche annotazione per evitare disastri. “Non chiedere il Risorgimento a Montroni”. “Collegamento con arte per Bertuzzi”. “Leopardi piace molto a Ferretti”. Cose così.
Non sono andata a festeggiare in piscina, benché l’estate lo chiedesse a gran voce. In lontananza il profilo di Imola e il tremolio dell’afa, come succede nel deserto, perché laggiù tra l’asfalto dovevano esserci più di trenta gradi. La scuola è su una collina: là è sempre un po’ più fresco che in centro. Qualche alito d’aria mi accarezzava, ma sarebbe bastato il verde degli alberi e del prato a darmi sollievo: quel verde e quel sollievo che ho apprezzato tante volte, nei dieci mesi precedenti, andando al lavoro la mattina. Imboccando la salita vedevo la scuola sulla cima, ancora mezza addormentata nella luce tenera delle 7.30, con le galline del contadino a tagliarmi la strada e qualche volta, con un po’ di fortuna, uno scoiattolo rapido che guizzava su per un tronco, come un’allegra scintilla rossiccia. Qualche volta avevo l’autoradio accesa, quando avevo voglia di giocare alla colonna sonora, quando mi andava di cantare anche se mi ero svegliata da poco, quando immaginavo di essere dentro un film e mi vedevo tutta la scena da fuori, con questa giovane prof inesperta che andava verso la sua giornata dentro una Lancia azzurrina. Altre volte desideravo il silenzio, ad esempio quando ero un po’ inquieta per una mattinata pesante in arrivo, oppure se ero particolarmente felice. Così felice che non serviva nient’altro.
E la musica non è servita, a fine giugno, a esami orali finiti, mentre tornavo a casa coi finestrini abbassati, finalmente libera da ogni incombenza scolastica. Libera di mettermi i jeans strappati. Libera di fare tardi un venerdì sera. Libera di andare dall’estetista e preparare la borsa del mare. Non è servita la musica perché era già forte nell’aria, potentissima nelle mie orecchie, così gloriosa e eccitante come solo le giornate memorabili sanno suonare: nel sole dell’estate risentivo quei “prof”, quelle voci squillanti, e forse solo lì mi sono davvero resa conto che in classe, quelle venti facce un po’ adulte e un po’ bimbe, non le avrei  proprio viste mai più. Chissà se si piange ogni volta. Immagino di sì.
E chissà l’estate dei ragazzi. Saranno andati in giro in bicicletta o saranno scappati al mare coi genitori, magari la sera avranno avuto il permesso di prendere un gelato fra amici. Crederanno di essersi lasciati alle spalle un’impresa epica e immagineranno la scuola nuova pieni di aspettative e di sogni, con quel misto di attrazione e timore che sempre proviamo per ciò che deve arrivare.
Ogni volta succede anche a me: la strada dell’insegnante è fatta di tante storie, di tanti inizi, di tanti addii e arrivederci. Spesso il 30 giugno significa vacanza ma anche disoccupazione, il che comporta una distesa eccitante e inquietante di mesi  liberi che si srotolano di fronte ai miei piedi, come un tappeto costellato di interrogativi, diretto non si sa dove. Fortunatamente non sono il tipo che si fa prendere dall’ansia – non più – e a fine giugno il mio tappeto lo immaginavo azzurro come un cielo pulito, vagamente profumato di salsedine e inondato di un sacco di sole. Tutto sommato non mi dispiace quando le cose finiscono, se me le sono gustate per bene. Che non significa senza ferite.
Soprattutto perché niente avrebbe inizio, se nulla finisse. Io oggi non avrei questa bella agenda vuota tra le mani, e questo settembre carico di promesse a tenermi sveglia la notte per l’impazienza. Che chi l’ha detto, poi, che ciò che è stato sia meglio di quello che sarà? Pronta a farmi travolgere e stupire dai piccoli grandi uomini che anche quest’anno, ancora una volta, incontrerò sulla mia strada.

giovedì 27 agosto 2015

Un gesto

Comprare un’agenda
ci ha dentro
l’odore di nuovo e di bianco.
Più è vuota
più è bella
e più è piena
perché ci risponde
a quel dubbio,
quel tarlo che è proprio da noi.
“Puoi esserlo”
dice l’agenda.
“Puoi essere quello che vuoi”.

venerdì 7 agosto 2015

A un amico gli vorresti regalare


A un amico gli vorresti regalare
Tutto quello che desidera e gli manca.
Lo vorresti riverire, coccolare…
Purché sia felice lasci carta bianca.

Cancellare qualche ruga dal suo viso,
regalargli quelle ferie meritate,
realizzargli la sua idea di paradiso,
suggerirgli il senso delle sue giornate.

Dopo un po’, quando un amico compie gli anni,
non hai voglia di comprare chissà cosa:
i pacchetti sono solo degli inganni,
come foto artificiose, tutte in posa.

A un amico gli vorresti regalare
quel regalo che non hai nemmeno te:
quella pace inquieta tipica del mare,
e un momento che gli sveli lui chi è.

Ma non credo che si possa, a dire il vero,
forse ognuno deve fare il suo cammino,
senza sconti, solamente prezzo intero.
Però sempre con un’anima vicino.

mercoledì 5 agosto 2015

Stasera facciamo un giro


Credo si debba dire ti voglio bene una volta al giorno
però in modo sempre nuovo, se no si perde il valore.
Puoi dire ti voglio bene sfornando patate al forno,
puoi dirlo con un sussurro, oppure con gran clamore.
A volte lo dici solo semplicemente aspettando un poco,
a volte l’attesa è lunga, ma è il prezzo dei sentimenti.
A volte lo dici quando ti prende in giro ma tu stai al gioco,
oppure c’è chi lo dice senza ostentarlo, stringendo i denti.

Ti voglio davvero bene… puoi dirlo con una torta,
puoi dirlo quando ti fermi dopo lavoro a fare la spesa,
puoi dirlo tenendo a bada quei nervosismi da luna storta,
oppure puoi innervosirti, ma poi ricercar l’intesa.
Puoi dirlo con un biglietto, e metterlo sul cuscino,
puoi dirlo dicendo “Basta, stasera facciamo un giro”,
puoi dirlo mettendo a posto il suo libro sul comodino,
puoi dirlo anche se non sente, perché dorme come un ghiro.

Fortuna c’è chi capisce, comunque noi lo diciamo.
A me c’è stata una volta, che mi ha fatto star da Dio:
siccome era quasi notte, io dolce gli ho detto “andiamo”.
Però deve aver frainteso, perché mi ha risposto “anch’io”.